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domenica 3 aprile 2011

Il ballo della casalinga e robaccia varia.

La portentosa forza magnetica dei balli di gruppo dovrebbe diventare oggetto dei più nobili ed avanzati studi antropologici.

Cosa spinge un numero di rispettose persone a ballare seguendo i passi di qualcuno che, in quel preciso momento, se la cava meglio di te, su d'una base direttamente distillata dalla botte dello squallore?

L'offerta è varia ed è composta da casalinghe che vogliono fare all'amore, da balli del cavallo che nulla hanno d'ippico se non il favoloso nitrito enunciato dalle articolate tecniche d'approccio amoroso gasate da ormoni primaverili, e dall'immancabile stordimento dovuto alla canzone spagnola che neanche i calienti latini riuscirebbero a comprendere.

Ecco che cascano anche le menti più luminose e più illuminate, pronte a dimenare il sedere come la più disinibita delle lap-dancer, come la silenziosa vergine che assaggia il frutto proibito e, capito ciò di cui s'è privata, cerca di riappropriarsi di quegli attimi devoti alla propria castità. No, i balli di gruppo non sono divertimenti per la famiglia, gioia per i bambini: sono materia per adulti, banale erotismo, sfogo di pressioni perché, penso io, tanto più s'è schiacciati da sentimenti oscuri, tanto più si necessita qualche cazzata per nasconderli, allontanarli via.

Chi balla non perché oppresso, perché crede sia divertente, non capisce un cazzo.

Chi non balla perché oppresso, perché crede non sia divertente, non capisce un cazzo.

Il ballo di gruppo è una noia mortale di cui nessuno decide d'annoiarsi, istinto animale discontinuo, illuminato dallo strobo ed affievolito dalla sordità momentanea che quella merda riprodotta ad un volume esagerato riesce a provocare.

Basta un ballerino avvenente per una pista ricercata, un bacino erotico per avere la certezza dell'umana partecipazione. Magari potremmo arruolare i nostri militari promettendo balli di gruppo, vincere le guerre con i balli di gruppo, dare la fiducia al governo con i balli di gruppo, rapinare con i balli di gruppo!

Che gioia!

Adoro l'irrazionale e logorante opera persuasiva dei balli di gruppo, che hanno meramente persuaso anche me.

mercoledì 23 marzo 2011

Oh, come finirà male!

Ho osservato per un po' uno strano trio. Siccome sono una scrittrice wannabe ma allo stesso tempo sono anche una semi-psicopatica, mi scrivo tutte le stronzate che mi passano per la testa e che mi sembrano appassionanti su fogli occasionali, e se non avessi fogli mi scriverei su un braccio, su una caviglia, dietro la copertina di un libro, su un fazzoletto, sul bugiardino della aspirine e la sorte non voglia che debba inventarmi dell'altro. E così mi tengo stretta le mie idee prima che la testa mi voli via come una mongolfiera. 


Dunque, li ho osservati per un po'. E nel frattempo pensavo: oh, che bella vita primaverile, la loro! Lui stava nel mezzo e si contendeva attenzioni, le due ragazze si contorcevano per lui, lo toccavano, lo accarezzavano, lo infastidivano, lo richiamavano come si chiama un gattino fingendo che sia lui a voler giocare. Credo che per loro fosse un piacere improcrastinabile, una necessità imperante, un desiderio esplosivo e quella specie di legame mi sembrava incredibile. Piacevole ma incredibile.


Credo che sia strano ciò che ho visto. Credo che due uomini vivrebbero meglio una situazione del genere. Finirà male perché lui preferiva la ragazza alla sua destra. Anche se sembravano essere amiche, anche se sembravano a proprio agio, rispettavano il turno di giocare con il gattino con una sorta di indecisione generale fra l'offendersi, lo strattonare il giocattolo e l'aspettare con calma il turno come secondo una regola prevista. Sembrava un gioco dell'oca, ecco cosa sembrava. 


E poi tutti scherzavano fra loro ma io lo so che finirà male. Finirà male. Mi sono anche chiesta perché suoni così disarmonico un progetto di vita fra tre persone che godono tutte dello stesso piacere ineluttabile dello strofinio dei corpi. In fondo la soddisfazione non dovrebbe scontentare nessuno, e quella soddisfazione me la ricordo, di stringersi vestiti, in pubblico, in piedi, sdraiati, incuranti, affollati, ridendo, guardando basso. Nella solitudine non funziona, ci si imbarazza, e forse una delle due è la vittima sacrificale. Forse due uomini vivrebbero senza volontà di possesso la situazione, ma così andrà a finire male. Oh, come finirà male!

giovedì 10 marzo 2011

Hss hss, qualcosa di viscido serpeggia nel tuo albero genealogico.


La formalità della parentela e tutti quegli obblighi reverenziali da questa derivati è qualcosa che m'ha sempre lasciato perplesso. L'onore che scorre in uno stesso sangue, che batte in cuori diversi, la difesa svilente del focolare domestico, la passione incestuosa fra cuginetti che condividono lo stesso cognome, pensavo sorseggiando il puntuale Thé verde, quanto spesso è sentito, quanto spesso è dovuto?


Nella catarsi dei miei sentimenti, i cari, per obbligo formale, parenti sono dolcemente espulsi (come fossero pezzi di merda di quelli morbidi, di quelli che non fanno male, di quelli che ti fanno esclamare: "oh, che bella cagata!") poiché non concorrono alla mia crescita psico-critica, bensì risultano limitanti nella loro inutilità.

Capita la trasparenza della mia devozione, che si manifesta perlopiù a Natale e Pasqua per gli auguri, ho capito anche quanto questa sia necessaria per concedesi la succosa consistenza del glicemico quieto vivere. Bisogna viver serenamente il rapporto con i nefasti parenti che un detto popolare vuole siano viscidi, striscianti, silenziosi e pericolosi, quindi serpenti; i parenti come Tu-sai-chi, Colui-che-non-deve-essere-nominato o Signore Oscuro, Voldemort insomma. Voldemort con naso e puzza correlata. La famiglia non è perché deve esser tale, ma è perché deve travolgerti e rassettarti, friggerti e scolarti, stringerti e lasciarti. I miei parenti sono egoisti ed io, da egoista, ho deciso: ricordando la merda su citata, mi spurgo anche di falsi affetti come fossero superflui petali d'una rosa troppo fiorita; scaccio via quei serpenti che dall'alto dei rami del mio albero genealogico mi tentano con profumatissimi frutti d'ipocrisia.

lunedì 14 febbraio 2011

Il vero immortale è l'amor.*

Questo non sarà l'ennesimo post cinico e disprezzante. Gli autori di questo blog provano rispetto ed estrema compassione nei confronti di chi, alla fesseria che è questa ricorrenza, crede ancora.


L'innamoramento è un roseo gomitolo d'intricati sentimenti, dettati da fattori psico-bio-sociologici, con il quale son soliti giocare passionali gattini.
Oggi, 14 Febbraio, ecco, è San Valentino, giorno in cui Quei gattini fornicano di più dopo essersi scambiati diabetici regali perché qualcuno ha deciso che oggi bisognava farlo.
Ma avevamo davvero necessità di tale ricorrenza che è forse un po' malcostume? Voglio dire, sarà colpa di mercenari senza scrupoli che hanno commercializzato ed inflazionato la purezza d'un sentimento così praticato rendendolo banale e comunemente odiato, ma forse noi un po' allocchi ci siamo. Abbiamo bisogno dei cuoricini, di frasi lascive, di splendide rose: l'amore deve esser dolce.
Perché?!
Io non amo le cose dolci.
L'amore è bello, vorticoso, inebriante, immortale.
Inneggiamo all'amore per le idee, per il reale, per l'attimo, per la vita, per le persone che contano
perché l'amore è bello, vorticoso, inebriante, immortale.
Ti graffia, ti segna per il momento e per l'infinito.
L'amore è intelletto, non folle, razionale.
E a voi, a voi che praticate l'amore dissoluto, sguaiato, licenzioso: vi tollero.
Vi tollero, beati pascenti su colline d' illusoria incoscienza.

*Giosuè Carducci.

mercoledì 9 febbraio 2011

La famigerata arte del procrastinare.



Ovvero l'arte del temporeggiare, del lasciare insoluti i propri doveri.


Parafrasando Baudelaire, un buon modo per sprecare il tempo è non impiegarlo. Considerata dai più come una vera e propria filosofia di vita, potrebbe ipoteticamente rivelarsi estremamente rovinosa. Siti propongono una scansionata dieta per liberarsene, come fosse un vorace morbo, un' abitudine alla quale siamo soliti assuefarci. Ma quanto siamo cazzutamente pigri?

Ci pensavo, prima, improvvisando plastici cilici, per una fustigazione che sto comunque continuando a procrastinare, al pessimismo antropologico. Barcamenandomi fra Machiavellici pensieri e storiche riforme, sono arrivato anch'io a credere che l'uomo sia per natura cattivo. Cattivo perché continua a rimandare, a prendersi gioco di se stesso, a cullarsi nel nulla, ricordando il procrastinare d'un Aleksej Ivànovic, un po' l'alter ego d'un frettoloso Dostoevskij.
No, ma voglio dire, LA VOGLIAMO SMETTERE?
Se chi ha fatto la storia (qualcuno l'avrà fatta, eh!) si fosse concesso un simil lusso, voi non potreste esser qui a boccheggiare annoiati.
Basta grattarsi il culo, che diamine!

domenica 6 febbraio 2011

Vite anacronistiche e riflessione sulla saggezza.








Il comune caso di Benjamin Button.

Inverosimile come il fluire del tempo renda taluni ancor più fanciulli nel senso meno nobile del termine, s'intende. Ho avuto la grazia d'incontrare non fortunatissime anime vittime di imprudenze dettate da puerili atteggiamenti anacronistici, data la loro età. E' che forse, io penso, non esistono 3 età ( fanciullezza, adultità, vecchiaia ) o meglio, per esser più chiaro, la prima fra le età si ripete una nuovamente dopo la seconda, in modo ciclico. Da piccini, ignoranti riguardo il mondo, si necessita sostegno; da adulti, ecco, si prende coscienza di se stessi e della propria funzione sociale; da vecchi, ignoranti d'un modo che, intanto, è andato avanti, si necessita di sostegno. Quindi, andando avanti si torna indietro.
Ad ogni modo, credo che il fulcro, quello concreto, siano le attenzioni. Si è l'attenzione, il sostegno, di cui si necessita indipendentemente dalla fase che si sta attraversando.

Ma allora, ricordando la felice età puerile, perché si teme la vecchiaia? E' paradossale, in un certo qual senso: l'invalidità che potrebbe esser quella neonatale, i limiti di ragionamento. Da ignoranti s'è felici, da coscienti s'ha paura di regredire.

E la saggezza senile? E la saggezza non esiste, la saggezza è calma manifesta, la saggezza è finta pazienza.
E' solo CULO, la saggezza è CULO.



venerdì 4 febbraio 2011

L'estetica pornografica d'un salame.

Ebbene, non si tratta esclusivamente d'una eventuale forma fallica: parliamo del salame.

D'antiche origini, è un comune insaccato. Insaccato di maiale. Il maiale, com'è noto, è un caro pingue animale che adora trastullarsi in lurido fango, masticatore di avanzi affetto da parafiliaci istinti. Ecco, invero ho la sensazione antropologica che l'uomo sia attratto dall'insaccato suino poiché questi lo riporta ad istinti primitivi, al piacere del grugnito, al bisogno di sentirsi sporchi dentro e fuori. Che venga detto: chi non è un po' maiale? Siamo ingordi, truffaldini, accomodanti, pigri proprio come il roseo grugnitore e a suon di OIK idolatriamo feticisticamente la nostra merda eccitati da tanto ludica e pornografica sensazione.

Quindi, una volta al macello, il buon allevatore godrà della carne da insaccare.
Quante volte ci facciamo "insaccare"? Voglio dire, allegoricamente, quegli scarti da mangiare, la merda, sono le schifezze quotidianamente propinateci da quella acida vecchia che è la selezione naturale: per farla breve, i beoti sono la nostra calorica dieta e la causa della nostra acidità di stomaco; e sono anche i beoti ad insaccarci con la loro stupidità, perché si, siamo fragili.

Dunque, ricapitolando: noi siamo maiali, i maiali mangiano schifezze, noi mangiamo i beoti, noi ci facciamo insaccare dai beoti, i beoti mangiano i beoti insaccati, noi siamo beoti.

Ecco, i beoti sono più che beoti.

martedì 9 febbraio 2010

Cani, Gatti e Ostriche

"Fu chiaro fin dall'inizio che ogniqualvolta c'era un lavoro da fare, il gatto si rendeva irreperibile"

Dopo lungo tempo, torno a dire la mia su questi tre animali, o meglio, queste tre entità che viste così stonano anche fra di loro, perché il primo me lo immagino una creatura caffelatte e occhidolci, il secondo è un figlio di puttana e il terzo è un animale molto gastronomico. 


Apparentemente è vero che non significano niente, tuttavia mi è parso di notare che la specie umana spesso si mostra sotto forma di Cane, Gatto o Ostrica. E' una distinzione superficiale perché non va a contestare o valutare gli odiata-amata realtà dei fatti, ma si occupa solo dei fenomeni, delle apparenze, in quanto
1)ammetto di essere una che sostanzialmente se ne fotte delle intenzioni ma bada alla realtà di fatto e 
2)le intenzioni non sono fenomeni e io non mi azzardo nemmeno a sfiorarle.

Si potrebbe dire che (anche sulla base della citazione del buon Orwell) i Gatti sono più intelligenti dei Cani, tuttavia sarebbe avventato, e sarebbe un preconcetto: i Gatti apparentemente sono più furbi perchè la cosa più importante per loro è loro stessi. La personalità Cane si affida allegramente alle persone e ai più variegati ideali, scodinzola e ha gli occhi luccicanti, e per lo più crede di potersi fidare delle sciocchezze dette per caso, senza contare che c'è da fidarsi poco delle parole, pochino delle azioni, ma molto dei gesti casuali.


Il Gatto invece è d'aspetto così crudele e sornione, che quando non si sente abbastanza (spasmodicamente, direi anche) ricercato, graffia la povera vittima senza alcun motivo se non quelli che si divincolano nella sua psiche. In genere se la prende con i poveri Cani, i quali non colgono il grande bisogno di spazzolate al pelo e grattini sul collo dei loro aguzzini.


E poi c'è l'Ostrica, o il disinteressato: per lo più ironica, arrogante, saccente ma divertente e aggressiva, lancia frasi acuminate, non pare interessata a nulla; di solito quando si conosce un'Ostrica si è presi da rabbia intensa e si ha voglia di aprirla come una noce. Tutto ciò infine si rivela una scommessa pascaliana, niente dà a intendere che nella conchiglia ci sia la perla o una viscida bestia.


I Gatti sono spiritelli soffici come dolcetti che non hanno il coraggio di essere Cani, i Cani sono il ripostiglio in cui è accumulata tutta la disordinata verve del mondo, le Ostriche se aperte da un Mastro Pêcheur diventano Gatti e agitano le zampine, e se poi degustate da un goloso uomo baffuto diventano Cani e spalancano il cuoricino da bestiolina molliccia. 


Mio dio, come ci si può annoiare di un'Ostrica!

lunedì 25 gennaio 2010

Sono Furiosa

Sono furiosa e mi perdo in un flusso di coscienza esagerato e delirante e che poi non avrà mai valore effettivo nel determinare come vivrò la realtà da quel momento in poi. Sono furiosa perchè finora sembrerebbe che io riceva solo cose di cui non ho bisogno. Eppure in fondo so che si riceve sempre esattamente quel che si merita, nè una briciola di più nè una in meno. E sarà una mia stupida impressione, ma non capisco perchè non raccolgo ciò che ho seminato spendendo le mie energie, anche se queste fottute energie erano tutte impegnate in vari progetti di dissimulazione e distorsione. Corsivo
Sono furiosa e durerà poco, almeno finchè non riprenderò contatto con le cose in generale smettendo di fissare un particolare. Forse un tempo avrei detto "perchè mai dovrei ottenere quello che voglio? E' evidente che non ne ho le capacità!". Oggi dico (forse con superbia, chissà) "perchè mai non dovrei ottenere quello che voglio? Ne ho pienamente le capacità!".
C'è qualcosa in me che non mi fa percepire la realtà com'è, anzi!, la percepisco, sì, con le mie facoltà precostituite che con l'esperienza mi hanno indotto a credere che, ad esempio, colpendo la palla A essa si sposta, eppure non è una legge necessaria solo per il fatto che fino a ora si è verificata. Sono tutta intenta a credere che le cose avvengano secondo i miei preconcetti, anche se, dobbiamo ammettere, non sono i meri pregiudizi di un'ottusa, ma dei natural-esperienziali schemi mentali.
Sono furiosa e per smettere di esserlo devo appassionarmi al mio dolore e lasciare che sia il mio solito divertimento antropologico ma sulla mia pelle.

lunedì 11 gennaio 2010

Dove Risiede La Realtà? ovvero Riflessione Variegata

Dove risiede la realtà? Esiste di per sè o esiste in funzione della percezione che abbiamo di essa?
Sembrerebbe semplice rispondere che la realtà esiste autonomamente, tuttavia fermatevi a pensare a ciò che sto per dire: se io avessi un terribile difetto alla vista che mi impedisce di percepire il viola (e ora per comodità accettiamo che il viola esista), la realtà per me sarebbe sempre invariabilmente tutto tranne che viola. Dunque la realtà che credo io è la realtà o non lo è? E voi direte, la realtà è di chi vede il Viola. Eppure anche voi che lo percepite avete un cervello unico e un sistema di apprendimento e percezione unico: anche voi potreste credere a una verità incompleta, eppure sarebbe la vostra verità. 
Ma una verità relativa è ancora vera? Se ci appelliamo a Kant egli dirà che l'uomo ha innate le categorie di spazio e tempo con le quali organizza immediatamente ciò di cui ha esperienza: ma queste categorie
-sono sempre affidabili perchè sospettate di essere innate?
-funzionano sempre ugualmente per tutti e in ogni caso?
Einstein disse che tre minuti su un termosifone e tre minuti vicino a una bella ragazza hanno lunghezza diversa: è forse sbagliato? Non è forse vero che la sensazione del tempo e quella dello spazio hanno un senso diverso in occasioni diverse e per persone diverse? E d'altra parte voi sapete dov'è ubicata la realtà o com'è fatta, dato che non esiste un uomo che sappia alzarsi sopra di noi, vedendo il Viola, il Verde, il Nero e tutto il resto, per poi raccontarcela? 


Noi percepiamo la realtà perchè percepiamo di percepirla, e non possiamo fare altrimenti, e anche se questa frase sembra una follia in verità è proprio inevitabile che sia così. In ogni caso dov'è? Non nei libri e non nella poesia della decadenza giovanile, non nell'alterego delle personalità estraniate, come descrive Kundera (La Vita è Altrove), non nel mito di Napoleone come crede Sorel in Il Rosso e il Nero, non nelle azioni distratte come avere una figlia, avere due amanti, sperperare un patrimonio come pareva alla tenerissima Madame Bovary.

domenica 3 gennaio 2010

La Bellezza

Anche quando non si tratta di autoritratti espliciti, gli artisti tendono a riprodurre sè stessi. Mi vengono in mente celebri esempi come il Bacco di Caravaggio, il David di Bernini, e gran parte delle figure maschili di Botticelli. Naturalmente è solo una mia impressione, ma siamo attratti dalla bellezza nella misura in cui essa ci appartiene. Non è una volgare autocelebrazione (infatti di per sè essa ci disgusta) bensì è una sorta di istinto di sopravvivenza, di elezione inconsapevole; anche quando non diremmo mai di essere belli e desiderabili e fascinosi, siamo attirati da ciò che ci somiglia, anche se è una vaga copia di noi stessi (e amplificata).

Cos'è per me la bellezza femminile?

E' Eva di Klimt, e sicuramente mi somiglia, per quanto io sia sicuramente meno bella e eterea e raffinata. Anche nel massimo disprezzo di sè, ognuno tiferà per la sua razza, e questa è una grande scoperta, che non dimostra che le persone di cui abbiamo scelto di circondarci ci somiglino oggettivamente, nè che siamo tutti dei bastardi vanitosi, ma che per la nostra sussistenza siamo stati programmati per piacerci, e questo è un traguardo geniale e confortante.

martedì 15 dicembre 2009

Questione Filosofica

Oggi, nel pieno della lezione di italiano, mi sono posta un interessante quesito (anzi, è sorto da solo dal nulla). Pensavo: esistono le mezze bugie, esistono le mezze verità ("sì, mamma, sono tornata alle due e stavi dormendo, sì, non ho bevuto tanto, forse una birra"), si potrà - correttamente dal punto di vista logico - creare una frase il cui campo di esistenza siano queste due condizioni:
1) la proposizione non è vera;
2) la proposizione non è falsa?

Parlandone con il mio compagno di banco che si veste di colori alimentari, abbiamo trovato due possibilità, e ammetto che la mia è un tantino più primordiale.

Il nulla non esiste.
1) la proposizione è vera perchè il nulla è la non esistenza di qualcosa, dunque non esiste;
2) la proposizione è falsa perchè il nulla come concetto esiste.

Il mio gatto non è bianco.
1) la proposizione è vera perchè il mio gatto non è bianco;
2) la proposizione è falsa perchè il mio gatto non esiste.

Se ne evincono due cose: il compagno di banco color zabaione è attratto (oltre che dai colori) dall'idea del nulla, fuori è scintillante e dentro è nero; io mi servo di immagini concrete ma ambigue: baso un ragionamento su un gatto che non c'è.
Diffidate di entrambi!

sabato 28 novembre 2009

Spirale-elarips-spirale-elaripS

Io adoro i Beatles, è un dato di fatto, e li adoro per mille motivi fra cui il fatto che sono cambiati (infatti diffido molto di chi non cambia mai). 
Ascoltate il White Album e meravigliatevi! Potrei scrivere mille esempi e sfaccettature e diecimila motivi per dimostrare il loro moto variegato e armonico attraverso il tempo, un cambiamento leggero e costante appoggiato sulla loro musica raffinata ma popolare come una seconda pelle. Ma invece dirò solo: HELTER SKELTER. 


Cos'è un helter skelter, direte. Ebbene è un turbine, arricciolato come le strisce di zucchero di un leccalecca, come la coda di uno shiba inu, è un moto tortuoso, non nauseato ma pieno d'estasi. Letteralmente è uno scivolo a spirale, e il suo segreto - che sembra una banalità - è proprio il fatto che a un tratto, dopo l'ultima curva a gomito, si rimettono i piedi a terra, è il fatto che volontariamente vi si scende e risale. Una sorta di ossessione alcoolica, ma non è mai passiva: chi non si è mai lanciato in un helter skelter e non si è fermato solo allo stremo? E' una lucida pazzia, geniale, intirrizzente! E' Coleridge Wordsworth e Dorothy allo stesso tempo mentre roteano in giro e strappano erba urlando.


Che la discesa sia indotta da un amante crudele che ha potere di vita e morte su di noi (cosa di cui Patty Pravo si lamentava senza ironia), o che sia un istinto primordiale ad appassionarsi strenuamente, che sia una scelta di vita, l'helter skelter è un orgasmo sensoriale e extrasensoriale che coinvolge ogni nervo e spesso termina con una grande esplosione semi-mortale, ma forse è per questo che è tanto amato.


Da ascoltare qui con splendide immagini da 2001 Odissea nello Spazio dell'insuperato Kubrick. Concorso di insuperabili!

lunedì 23 novembre 2009

Gli Agrumi





Alex DeLarge per i più è il protagonista di Arancia Meccanica, il film di Kubrik che fece arrossire e impallidire negli anni Settanta. In realtà Alex De Large è innanzitutto il protagonista del romanzo di Burgess, e se gli amanti del film sono troppo pigri per abbeverarsi dalla fonte scritta, dovrebbero farlo almeno per completezza di informazioni, per curiosità, ma soprattutto per amore del buon drugo (qui ritratto mentre gusta del vitaminico LattePiù).

Infatti una cosa che il film non riesce a esprimere con piena efficacia è la questione della scelta: Alex è colui che spontaneamente, dopo aver scrutato la propria anima, varato le possibilità, scandagliato le alternative, ha scelto di nuocere e danneggiare. Naturalmente chi non sceglie, o magari sceglie tenendo conto di quelle variabili così casuali, occasionali e mobili che non andrebbero nemmeno considerate, è una mera "arancia a orologeria" pronta a scattare in modo ebete. 


La Cura Ludovico, quella che dovrebbe salvare le anime perdute, in realtà priva del libero arbitrio, costringe l'individuo alla nausea: il ben oliato ingranaggio, non potendo privare il singolo del piacere di essere violento, lo sottomette scorrettamente.



Degli agrumi sorridenti

domenica 22 novembre 2009

Latte Imparzialmente Scremato

Esiste un paradosso per cui, a un'affermazione negativa, si può rispondere sì e no intendendo dire la stessa cosa. Avete presente?

     «Non riconosci la stupidità della razza umana?»
   «No, non la riconosco». 
«Sì, non la riconosco, anzi mi vanto di credere nella furbizia 


[risata gutturale]».

Il senso di questa follia linguistica è forse più interessante delle riflessioni dei puristi. E' sorgente di inquietezza, è portatrice sana di ambiguità...poter disporre con tanta semplicità di quest'arma è come ammettere l'esistenza della nonchiarezza. Non solo! E' una sfrenata richiesta di costruire intere serre di nonchiarezza! Serre piene di donne con annaffiatoi gialli che la facciano crescere rigogliosa!


E' con queste stronzate che ci abituiamo con garbo al fraintendimento. Credo che funzioni così: giochiamo a spiegarci male per sentirci dei furboni maliziosi, poi piano piano le azioni non c'entrano più nulla con le parole e le intenzioni si infilano vestiti di due taglie più piccoli, si strizzano tutte, e le parole diventano delle Lolite in bocca a sonori imbecilli. 
E comunque il caos è più divertente.

venerdì 20 novembre 2009

La Stranezza, ovvero L'Incompreso



Plutone mi assilla da giorni. E' lontano lontano, di dimensioni mignon, sulla sua superficie tira brezza fresca, dicono. Ma la cosa più straordinaria è il percorso: è un bizzarro, un riottoso! Deve ruotare intorno al sole ma non ne ha voglia, e sceglie spontaneamente una strada eversiva, le modalità che esprimano meglio la sua indole anticonvenzionale, polemica, alternativa, antisociale. Così stanno le cose, si prende gioco di tutti gli altri pianeti che fanno i primi della classe!


Plutone è un incompreso, è un dato di fatto. Scienziati senza ironia l'hanno scaraventato fuori dai libri, l'hanno riclassificato da pianeta a brutto oggetto transitante, e la cosa mi spezza il cuore. Per estensione potrei affermare che le personalità plutoniane corrispondono a individui asimmetrici, sarcastici, probabilmente soggetti a scatti d'ira, lunatici, testardi e folli, e questa classificazione per quanto disgustosamente superficiale, mi affascina. Voglio essere plutoniana! E d'altronde non sono io stessa un'incompresa, circondata da qualche luna fedele, perturbata da un pianeta X?