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mercoledì 12 giugno 2013

De Rerum Natura, libro IV, vv. 1079-1083








Quod petiere, premunt arte faciuntque dolorem  
corporis et dentis inlidunt saepe labellis 
 osculaque adfligunt, quia non est pura voluptas 
 et stimuli subsunt, qui instigant laedere id ipsum 
 quodcumque est, rabies unde illaec germina surgunt. 



 Con forza premono quello che hanno cercato e provocano dolore
 del corpo e sovente nelle tenere labbra
 affondano i denti e vi imprimono baci, perché non è un piacere puro 
e sotto ci sono impulsi che li spingono a ledere proprio quello, 
qualunque esso sia, da cui nascono quei germi di furore.





Traduzione D.Bassi

venerdì 28 dicembre 2012

Peonia - epistola prima


Vede, io non so se apprezzerà il mio parlare franco. Non ci sono allenata, è tutto un forte calore alla testa che mi ha preso ultimamente. Un attimo prima sto sbucciando un’arancia, o sto parlando al telefono con il mio allibratore; poi mi scivola la cornetta fra le mani e impallidisco di colpo. No, non ce l’ho un allibratore. Ma di che stiamo parlando? Ecco, non so che tipo di uomo lei sia. Uno dai gusti semplici, vero? Domando. Non ama il mio rossetto color peonia, quindi? Ma che importa, che importa. Mi hanno detto che le labbra sono importanti, devono essere rosse come quando si premono con forza su un collo vergine. E nemmeno quella affascinante vena di masochismo, in una donna? Chiedevo, per curiosità. Perché un certo non so che di insano ce l’avrei. Un’intera arteria polmonare. Ecco perché mi vede sempre vagare senza meta e perché mi osserva sempre divertito indossare abiti incredibilmente poco confortevoli. È che, vede, ho sempre creduto di dover vivere con passione. Sì, con passione. No, non ce l’ho un allibratore. La prego, mi ascolti, devo esser deragliata da qualche parte nel discorso. Non so, ha presente certe canzoni in nero di seppia? Le hanno già detto che le viole non pensano? E di certo io non sto pensando. Biologicamente, programmaticamente devo aver sbagliato tutto, non s’offenda. Se ne rende conto, no? Non penso ad altro, fumo le mie sigarette bionde a grandi sospiri, trangugio il caffè, alzo continuamente il sopracciglio. Un uomo mi ferma per strada e dice che la mia sciarpa ingarbugliata, i miei occhi e le labbra, il rossetto peonia, gli tolgono il fiato. Alzo il sopracciglio, “Ah sì?”. Ho anche smesso di scommettere sui cavalli.
Che facciamo, mi dica. Che facciamo?

domenica 7 ottobre 2012

Pornotristezza


Vuoi che ti spogli con gli occhi, hai imparato a camminare come un giaguaro in attesa che K. in un vicolo del centro segua i tuoi fianchi.
Avrà abiti e abitudini scelti per noia, gli occhi socchiusi e un forte odore di carisma. Poi viene il sonno ed è un sonno osceno e zuppo di pianto.

venerdì 7 settembre 2012

K.

E mentre K. sfogliava i taccuini di Eva, mentre tutto intorno a lui diventava molle e tiepido, trovò parole che lo resero folle. Ed ebbe voglia di strappare ogni pagina da margine a margine e distruggere la rilegatura in pelle sfregiandosi i canini. E vi lesse un'ossessione che sapeva di aver provocato e a cui non sapeva sottrarsi.
"Ogni tanto imploravo dio, qualunque fosse il suo destino, di non farlo morire, di lasciarlo vivere almeno per il tempo sufficiente a inginocchiarsi davanti a me e posare la testa dove sempre l'aspetto. Ho sognato di camminare così dritta che in fondo alla strada infine non c'era nulla".

lunedì 25 giugno 2012

K.


K. si cambiava d’abito due volte al giorno ma si sdraiava sull’erba con me, e di questo gli ero grata. Gli ero grata anche per il vino versato e le sigarette succhiate fino al midollo, lo scatto fuggevole degli accendini, il sarcasmo, le mani guantate di noia nel lisciarmi dalle caviglie al torace.

mercoledì 6 giugno 2012

K.

Non appena ho conosciuto K. me ne sono innamorata. Lo amo tuttora, ma in modo decadente.
L'ho conosciuto nell'esatto momento in cui l'ho inventato. Da quando il suo sguardo e il modo di muovere le mani hanno colpito i miei sensi - l'ho amato. Si è formato un preciso pattern esagonale: mani non molto grandi, dita abbastanza corte, occhi verdi, sopracciglia scintillanti, camicia azzurra. Sopra ogni altra cosa il suono della sua voce e le sue palpebre socchiuse quando mi osserva.

Età, mestiere, passatempi, ricordi d'infanzia: tutto cancellato, tutto inutile. Non voglio nemmeno immaginare la sua vita prima di me. Non l'ho interrogato in merito e non lo farò mai. Perché di K, sotto sotto, non voglio conoscere neanche il nome. Ne ha uno provvisorio per quando devo presentarlo in pubblico. Il suo cognome è una città.

A nessuno è mai venuto in mente di domandargli cosa significhi la scritta nella sua camera da letto. E nessuno del resto osa approfondire i momenti striscianti della sua vita in cui non può essere controllato. Ciò accade perché K. è un'entità temporanea, ancorata al momento presente, incapace di librarsi oltre il suo fazzoletto di terra, vagamente nevrotica e confusionaria.
Ma la sua voce è adorabile - la adorereste anche voi. E di lui non mi interessa altro.
Ho amato il suo inclinare la testa, e anche le rughe della sua fronte. Poi l'ho amato quando ha distrutto una mensola e almeno otto bicchieri. Persino quando ha irrorato gli interni di pelle della sua auto.
E le sue suole sollevano polvere, quando cammina pieno di furore. Quando accade, su di me cala la grazia.
Ogni mia vescica è perché ho passeggiato con lui, o perché l'ho rincorso.

Verrà il giorno in cui lo lascerò andare. Intanto mi diverto a descriverlo, perché nemmeno una molecola del suo corpo mi è estranea, nemmeno quando non lo capisco. E so che tante donne prima di me hanno dichiarato ad alta voce di conoscerne ogni brandello; ma io - io sola - posso fare di lui ciò che voglio, dall'istante in cui ho iniziato a comporre le prime parole sul suo conto. Posso ucciderlo, cambiarlo, fargli scalare una roccia, tingergli i capelli, fargli accendere un sigaro, convincerlo a seguirmi in volo sopra l'Atlantico. E dal finestrino dell'aereo vedremmo le scogliere inabissarsi nel mio Falso Universo, e gli sciami di vespe inseguirci oltre le frontiere dell'assurdo. Ma forse dovrò abbandonarlo a pagina 75 del mio scritto, perché io possa aderire a un nuovo modello della realtà. Perché il totem va dato alle fiamme. Perché non lo stringerò mai davvero fra le braccia come se potesse esistere nei momenti minuti delle mie giornate. Perché sotto il lenzuolo c'è un sogno. Perché K. va amato e va sacrificato. Perché fino ad oggi è stato magnifico, ma anche questo deve finire.

lunedì 4 giugno 2012

Cronaca realistica - Fino ad oggi

Ho iniziato a scrivere un paio di mesi fa, e ora sono arenata. La storia è stupida e semplice, e nello stile cerco di essere sempre più sterile. Due cose scorrevano parallele: la vera storia (titolo provvisorio: Pomeriggio così strano - e senza sesso) e una cascata di appunti sulla vita che si muoveva insieme alla scrittura (Sbarazzarsi di te). Molte cose strane sono accadute.

Innanzitutto non è stato semplice perché non ho prodotto niente di buona qualità. Più riguardo indietro più me ne accorgo, specie il Capitolo V. Quel fottuto capitolo è una voragine.
E poi è sorto il primo problema: appena smetti di scrivere per te stessa - e te sola - una massa di aspettative ti crolla addosso. E ti picchia sulla fronte mentre bevi un caffè, mentre strappi striscioline di carta, mentre versi l'ammorbidente, mentre parli con il tuo allibratore. Disgustoso.

Poi c'è stato anche dell'altro: il processo della creazione.
Ho ascoltato ore intere di musica che non capivo fino in fondo, trastullandomi nell'idea che una certa cantante snob fosse in realtà una vera bellezza del Sud. Ed è chiaro che non ho idea di cosa sia una vera bellezza del Sud. Chiudevo gli occhi e mi dicevo: dov'è ora la mia protagonista, la soffice, stupida Iris? E vedevo una sala male illuminata, e in fondo a due pareti convergenti una tenda rossa. E scrivevo. E piano piano avveniva tutto anche fuori dal mio Falso Universo. Il mio Falso Universo è geograficamente impreciso - anzi lacunoso.
Non ho inventato nulla perché non ho descritto nulla, questa è una delle chiavi dominanti.

Inoltre ho inviato dei messaggi nello spazio. Il vuoto cosmico mi ha provocato un leggero imbarazzo e grande rotazione di bulbi oculari.
"Sto scrivendo un romanzo grandioso, sai? Lo dico con occhio scientifico, credimi".
"Sì?".
Nient'altro.

E come si incastra la mia esistenza comune con ciò che sto raccontando? Qui abbiamo un serio problema. Non può esistere una storia senza di me. Non può esistere nemmeno la più squallida della similitudini senza che una parta schizoide di me risieda in pianta stabile nei corridoi che loro calpestano, nelle lavastoviglie che riempiono, nelle tasche in cui frugano, nel sapone liquido che si rovesciano addosso.
Dov'è il senso vero di questa doppia alienazione? Che cosa significa Iris che cammina e che dorme e che spende e che taglia il nastro adesivo mentre qui, quaggiù, uno straniero mi lecca le guance, o qualcuno mi porge un sacchetto di plastica? C'è un contatto sempre pieno di scintille fra lei e me - fra i miei eventi e i suoi. Tutto questo tende a spossarmi.

E poi c'è il fatto che non ho più nulla da aggiungere. Sono incastrata a metà, sapendo cosa dovrei scrivere e non scrivendolo. Ho esaminato i dettagli con il meglio della mia paranoia e ho anche consultato le guide turistiche per conoscere quali fiori crescano nel loro giardino e quali no. E non riesco più a scrivere perché è cambiata la mia visione cosmologica. Perché niente in me si strazia nell'attesa di costruire e smontare e progredire. Perché non sono più innamorata di K, e questo cambia tutto.

giovedì 26 gennaio 2012

Passiamo la nostra esistenza a costruire castelli di carte

....poi passiamo il resto della nostra esistenza ad aspettare che qualcuno inciampi nel tavolo.

Scrivo dopo mesi perché sono disperata e non ho tempo da perdere, motivo per cui lo perdo.

Felicità®  -  Will Ferguson
Non è un libro che rileggerò o a cui ripenserò costantemente, non mi ha resa migliore, non è alta letteratura, non mi sono innamorata della prosa, e ho trovato troppo semplice descrivere il crollo delle compagnie dell'alcool e del tabacco come conseguenza dell'arrivo - quasi una parousia - della felicità. Tuttavia è un bel libro, mi ha fatto odiare la filosofia new age, il protagonista è un tizio allampanato e sostanzialmente è un esemplare tipo della razza umana: stanco, frustrato, incastrato in situazioni complicate e in comportamenti autodistruttivi, incasinato e innamorato. In definitiva sono d'accordo, l'appagamento completo ci succhierebbe via l'anima.


Delitti sotto la cenere - Nathan Gelb
Non posso sopportare che un americano di origini ebree sappia l'italiano meglio di me tanto da scriverci libri e costringermi a cercare sul dizionario metà delle parole. Detto questo, è un giallo settecentesco (solo per ambientazione, sia chiaro), dentro ci sono parole di merda come tabe, cristo santo, apprezzabili i criptogrammi che mi mandano sempre in brodo di giuggiole, troppo simile a un compitino di stile, poca passione.


A sangue freddo - Truman Capote
Leggo, mi informo e mi terrorizzo con scritti sul crimine perché sono convinta di non dover rimanere sorda alla violenza, perché penso che la conoscenza - anche quella più dilaniante e spaventosa - mi renderà libera. Una famiglia venne davvero sterminata nel cuore del Kansas nel 1959, l'America visse davvero momenti convulsi di caccia all'uomo, Capote conobbe davvero i due psicopatici e a un certo punto dell'immensa opera senti quasi di capirli, e scusarli. Richard Hickock alla sua esecuzione capitale strinse la mano al team che infaticabilmente era rimasto sulle sue tracce per mesi e che l'aveva messo spalle al muro, e disse "Grazie di essere venuti". A sangue freddo è un capolavoro del nuovo giornalismo, è un dipinto iperrealista della razza umana, è il virtuosismo di uno spirito profondamente deciso a incastrare il brulicare della vita in un prisma, in modo che sia impossibile guardarne un solo aspetto. Ci vuole sangue freddo anche solo per leggerlo.


Il cacciatore di parole - Howard Engel
Le premesse erano avvincenti: un paziente del neurologo Oliver Sack, la cui storia è contenuta nell'appassionante e irrimediabilmente tecnico L'occhio della mente, si trova una mattina in preda all'alexia sine agraphia. Quel paziente sfortunato è Howard Engel, scrittore, non maniscalco o cuoco, e con una rapida analisi non è previsto che possa continuare a scrivere. Invece produce un giallo che sulla carta è puro genio, perché il suo protagonista ha esattamente la patologia dell'autore, con l'aggiunta che durante la convalescenza qualche pericoloso mafiassassino è sulle sue tracce.
Bene. In realtà fa schifo. La prosa fa schifo, la gente non parla davvero in quel modo, nessuno trova ironico non ricordarsi una beata mazza e essere stato aggredito con una spranga. Se ne poteva fare a meno, MA L'occhio della mente lo consiglio. Solo il capitolo della donna strabica che scopre la stereoscopia guardando dei fiocchi di neve, dopo una vita passata a non percepire la terza dimensione vale una vita intera di cose possedute e non apprezzate.




Addio.

giovedì 10 novembre 2011

Il pesce d'oro è uno ed uno soltanto



mercoledì 9 novembre 2011

Prendi i tuoi vecchi scritti - e fanne un grande falò

«Ho sempre saputo che ti avrei avuto: allora perché non oggi? Perché non domani?
Ti ho chiesto di non esistere senza di me e tu ridendo hai accettato.
Ti ho chiesto di non parlarmi e mi hai risposto che ti lancio briciole di pane da seguire perché ti voglio.
Sono queste domande? Sono forse risposte?




Chiedo consiglio a Edgar Lee Masters.
Gli chiederò se sei un frutto invernale. Gli chiederò se le cose mutano e quando.
Sei pagano come dice il tuo nome: cosa desideri? Posso essere tutto e rimanere me stessa.
Mi pongo domande inopportune, non ho risposte in merito, vivo separata dalla realtà dei fatti. Che ne sarà di me? Che ne sarà delle cose in cui anche per poco ho creduto e investito?».







    



Una sera d'autunno rileggi i tuoi vecchi scritti. Idee che ieri notte sembravano geniali, oggi sono fottute stronzate. Prendi quei vecchi scritti e fai un grande falò.

lunedì 7 novembre 2011

Smanie chimeriche d'un autunno troppo caldo.

Ho voglia di piacere,
in me rifugio il desiderio ombroso
d'averti qui.
Il fiato caldo c'ha alloggiato in te l'hai fatto tuo,
e lo cedi a me, alla mia pelle.
L'occhio è cieco, la mano rapida
la bocca un frèmito.
L'orgasmo il più copioso
m'entrò nella ferita:
Ahi, dolore amaro!
opaca illusione svanita!
Il germe vivo della vita, acro nell'odore,
muore in un respiro.
Volto la testa, punge il fresco sul cuscino,
e son già solo.
La mente languida nell'oscura disillusione,
s'arena ed il conscio, sciocco, si stacca da me:
«Altra entità son io che t'ho animato. Addio!»
S'esistessi, il desiderio sarebbe la realtà di te.
Ma ormai son ossa, son vermi polverosi,
nessun fiato alloggia in me,
non un soffio pizzica le corde d'agitata voglia.
L'occhio è cieco, la mano è morta.
La brama d'averti, eterna.


venerdì 28 ottobre 2011

It's easy and creepy

E così ci risiamo. Gioco con la mia sigaretta e gioco con l'immagine di me che mi piace conservare. Gioco a fare la diva anni Trenta e, in generale, sono molto seria ma gioco con tutto. Mi prendo grandi responsabilità ma nessuna decisione che ne comporti almeno un po'. Voglio miliardi di cose e in realtà non ne voglio nessuna. Voglio essere amata ma non mi lascio toccare da nulla. Voglio essere adorata ma detesto non essere alla portata delle mani protese. Sono senza identità.

Per l'ennesima volta scelgo cose difficili e imprevedibili e gioco le mie carte con leggerezza. Ma sto tremando. Non mi sento affatto al sicuro, nemmeno qui dove potrei parlare ad alta voce. Penso a tutti gli uomini di cui ho incrociato lo sguardo e penso alle arance e alle canne di bambù. Penso ai fiori e ai giorni di pioggia. Tutto sembra contorcersi.



Quando penso allo stato attuale delle cose mi sembra di essere serena e leggermente tachicardica. Potrei quasi avere l'impressione di star ricevendo non quello che mi premeva di possedere ma quello di cui ho sinceramente bisogno. Pare anche che io non abbia bisogno di molte cose.
Ho un grosso quaderno accanto al letto, pieno di "oh, è tutto così statico", di liste e di "vorrei solo...". Pieno di nomi di immagini semi-sconosciute che hanno commentato il mio sguardo o le mie ciglia, le mie labbra, le mie scarpe, il mio carisma - se di carisma si tratta, e non di idiozia. Ma niente pare confortarmi.
Ci sono pagine sul mio destino, pagine sulla mia morte e su altri uomini tachicardici, su unghie laccate di rosso e su maldestri tentativi di insubordinazione e di pianificazione. Righe incerte di tarda notte sulle poche lacrime che verso, e sulla ferma volontà che ho di amare il mondo nonostante non mi piaccia mai nulla.



#2 - It's stupid how we always seem to do it again.

domenica 23 ottobre 2011

I don't believe I've ever met anyone quite like you.

«Sono convinta che restare sveglia fino alle quattro del mattino a leggere Miss Marple porterà conseguenze impreviste», mi ha detto.




«Non penso che mi succederà qualcosa».


Intanto appoggiavo la marmellata d'arancia sul pane tostato e ogni tanto scrollavo la sigaretta accesa. Quella era stata una lunga notte, conclusa, diciamo, verso mezzogiorno. 
Ma ogni mente fertile necessita di sacrifici, e io avevo sacrificato tutti i miei doveri all'insonnia. Potevo sentire il telegiornale dal piano di sotto: anche in merito all'attualità potevo ritenermi aggiornata e soddisfatta. 



«Ti lacrimano gli occhi, cazzo. Oggi non puoi guidare. Ma come ti sei conciata? Ti eri struccata almeno?».



Non potevo spiegarle che per quelle stronzate non avevo tempo. Mi nauseava più lei che la scorza d'arancia, o il tabacco, o Gheddafi. Il bollitore fischiava già ma non volevo alzarmi. 


«Mio dio, stai diventando apatica. Ma che cazzo te ne frega di Miss Marple? I tuoi capelli sembrano paglia. E spegni sto fornello! Finirà male».


«Se non dormo mi viene sempre voglia di scopare con De Niro».





Applausi.





#1 - Twelve hours of work and I still can't sleep.


lunedì 17 ottobre 2011

Memoranda








- Scrivere un libro e chiamarlo "Un cavillo per la strega";




- Sottomettere il genere umano;




- Non morire prima di essermi accertata che verrei ricordata come una bomba a orologeria;




- Scoprire cosa intendevo quando ho scritto GIOVANNA in pennarello rosso in corrispondenza del 29 luglio;




- Ritagliarsi momenti di sofferenza per riflettere sugli eventi appena trascorsi;


- Dove è svanita la lettera?  


giovedì 6 ottobre 2011

Lista di cose carine e che amo ma che rovinano la mia rude essenza texana

Odiare un sacco di cose è un'ottima ricetta per un'esistenza ricca e vitaminica. Lo dico un po' seriamente e un po' per scherzo. Tuttavia se avessi uno psichiatra mi direbbe non solo di vivere equilibratamente - cosa che mi sembra di fare anche se sono una specie di integralista morale - ma anche di esternare gioia, bon bon e foto di coniglietti.


Dunque eccoci. Una lista di cose che mi piacciono e a cui vorrei assomigliare ma che non dico pubblicamente per non sembrare una lagna. 

Bene. LISTA DI COSE CARINE E CHE AMO MA CHE ROVINANO LA MIA RUDE ESSENZA TEXANA.
E chissenefotte se è imbarazzante.







1. I colori neon
2. I coniglini
3. I peluches enormi






4. Gli oggetti di vetro colorato
5. Il latte caldo con il whiskey come me lo prepara la mamma
6. Gli uomini arroganti
7. Le ragazza grassocce e felici e bellissime [e io non faccio parte della categoria]
8. Abbracciare i cani un po' piccoli e un po' stupidi. Non piccolissimi e non idiotissimi, eh. 
9. Hundertwasser (che era anche un alieno hippy super-ecologista) 


10. Le donne con il seno piccolo
11. Le persone curate con un piccolo dettaglio sciatto
12. I Pesci Rossi di Matisse
13. Gli anelli d'argento, le pietre vulcaniche, gli orecchini a spirale
14. La musica lirica
15. L'insonnia
16. Le Storie della Buonanotte (libro illustrato di pregevole fattura) 
17. Le torte futuriste piene di orrendi coloranti
18. La cipria in polvere, i pennelli di qualità, i rossetti porpora
[Ok, non è porpora ma ho trovato solo questa foto]
19. Quando mi hanno detto - e quando io stessa ho capito - che per avermi accanto bisogna avere alti standard di coerenza e responsabilità, apprenderli o perdermi
20. Piangere disperatamente di fronte alla finale ingiusta di Project Runway 5
21. Piangere disperatamente ascoltando Rocket man, Casta Diva o L.
22. Morire di paura dopo aver letto di omicidi orribili e raggomitolarmi in una coperta di pelliccia
23. Quando mi dicono che sono una stronza, il miglior complimento al mondo
24. Quando mi dicono che sono una stronza e io covo dentro di me il segreto piacere e dolore di essere anche un morbido e roseo porcellino
25. Quando vengo ascoltata, amata e abbracciata.

giovedì 29 settembre 2011

So mantenere un segreto.

So mantenere un segreto. O almeno, sono bravissima a mantenere i miei, e questo è già un buon inizio.

Ho spesso incubi pensando ai miei segreti, e sono molti. L'ultimo stanotte su una coperta pornografica. Vorrei essere anonima, detesto non essere anonima. Ho sbagliato tutto sin dall'inizio ma non ho voglia di ricominciare. Potrei anche essere spregiudicata - e idiota - in questo momento, spifferare tutto, ma sarebbe troppo vile.

Avrei bisogno di più tempo per dirlo. Non lo so, oggi. Sono solo ancora molto incazzata, ma pronta a essere incessantemente un'altra. Non sono la stessa che non aperto bocca per mesi, non sono la stessa che è esplosa all'improvviso ma al 30% della sua carica di nitrocazzoglicerina. Non sono la stessa che è andata avanti con aria stronza e impeccabile, sempre con il suo rossetto, ben vestita, in ritardo piuttosto ma mai senza mascara, severa, severissima, con lo sguardo micidiale pronta a giudicarti una merda per qualsiasi motivo.

Vi ho odiati tutti, teste di cazzo, prima di far entrare nella mia misera testa un po' di amor proprio, e ancora non ci sono arrivata a questo glorioso punto.

Mi sono già lavata i denti e sono le 2 e 30 del mattino. Temo di addormentarmi con addosso questo tagliente orecchino di rame.

Avrei bisogno di sbagliare apertamente, per diventare magari una persona più spontanea e meno sperduta dietro al suo sguardo da stronza, il suo atteggiamento da stronza, le sue battute da stronza. Non amo nessuno e men che meno me stessa. Non merito niente. Sono stata un'idiota con una filosofia del cazzo.
Ehi, io non so cosa fareste, ma io lo sto facendo per voi. Mi aspetto solo insulti dagli altri: li aspetto trepidante sperando di poter ribattere con il mio proverbiale sangue freddo ma non mi insulta nessuno.

Oh Cristo, è una situazione così imbarazzante e io persisto ad odiarti - e ad odiarmi.

Credo che mi addormenterò con l'orecchino di rame e i miei stupidi capelli e la mia stupida faccia e la mia stupida maglietta e il mio stupido letto e le mie stupide pareti rosse e la mia stupida idiozia e la mia stupida completa vibrante formidabile totale vergognosa incapacità di vivere nell'azzurro profondo e morire vivendo.


sabato 10 settembre 2011

Πλέων ἐπὶ οἴνοπα πόντον - Navigando su un mare color vino



Heraklio





Aghios Minas





Fontana Morosini - Heraklio





Codice di Gortys





Knosso





Sala dei delfini - Knosso





Sala del trono - Knosso





 Phaistos





Siteià





Xanià





Moschea dei Giannizzeri - Xanià





Xanià





Rethymno





Rethymno










mercoledì 20 luglio 2011

Sistema nervoso parasimpatico. / Vita prima di Marte

In merito al mio sistema nervoso parasimpatico, posso dire con esattezza il giorno in cui impazzì. Il 12 marzo di quell'anno comprai le Metafore Piangenti; il 14 aprile, aprendo a pagina 256, esso impazzì. Una semplice foto ben conservata si trovava lì in mezzo. In genere le foto ritrovate sono scoloritissime, polverosissime e frastagliatissime. Fosse stata una brutta foto l'avrei gettata. Eva però era magnifica. 
A quell'epoca avrebbe avuto una sessantina d'anni secondo i miei calcoli. Presi l'amorevole resto per l'angolo e lo feci incorniciare. Siccome sono uno schizofrenico e una delle mie personalità è piuttosto superstiziosa comprai il vetro e la cornice (d'argento, placcata) dallo stesso merda-coreano. 
Il mio cervello è quasi in fiamme mentre osservo Eva appesa alla parete, accade ogni giorno, ogni momento; trovo pace solo quando appoggio la mia testa a martello fra le pagine delle Metafore, da cui tutto ebbe inizio.  
Il gusto di installare un reliquiario per Eva nel mio salotto mi venne solo in seguito: all'inizio era solo una bella donna con le braccia carnose e le labbra dischiuse. Volevo semplicemente evitare di perdere un momento di estasi. Mi sembrava di farlo per l'umanità. Mi sentivo un benefattore. Eva era mia ma era di tutti: quanti trovano foto meritevoli incastrate in libri acquistati per puro caso a un prezzo immensamente gonfiato?
In ogni caso (vi ho già accennato ai miei disturbi neurologici) di Eva nessuno seppe mai un accidente, moglie compresa. Nessuno saprà mai il suo nome eccetera eccetera se non dopo la pubblicazione eccetera eccetera.
Ma il 19 aprile finii il volume e trovai delle porcherie scritte a matita. Io non scrivo sui libri. Lessi. 
Ecco una nuova scarica elettrica al sistema nervoso. Chiusi il libro, perché il piacere va centellinato e possibilmente abbinato a un buon vino. Anche un buon vino va abbinato a un buon vino. 
Dio come amo la mia frenesia!
E quando lo bevvi:


Sono nata il 115 gennaio del ****.
La mia vita ha preso una piega inaspettata tre volte:
- quando ho comprato il clavicembalo;
- quando ho conosciuto Marte;
- quando M. è morto.
In questo momento di questo mese di quest'anno di questa Eva mitologica che crea e distrugge, sono una creatura colma di pianto. La chiarezza fa bene solo agli animi forti e io sono una montagna di burro. Tutto andrà per il meglio ma il mio pianto corrode le rocce, specialmente quelle di burro. 




Eva non nacque il 115 gennaio. Si tratta di certo di una svista, un refuso o uno splendido gioco di parole che quella donna intelligente ha inventato per il suo Biografo Futuro. Ma io non sono esattamente l'uomo che sperava, e non capisco il trucco. 
In ogni caso è stato divinamente sufficiente per innamorarmi di lei fino al punto di sacrificarle la mia vita.

martedì 12 luglio 2011

Gomitolo di velleità erotiche. / Vita prima di Marte.

La maggior parte del dramma iniziò quando presi fra le mani quella copia di Metafore Piangenti, copertina rigida, prezzo discutibile, pagine spesse e carattere 10 che fa sanguinare gli occhi. La vita di Eva mi si stagliava davanti in color neon. La prima cosa che mi chiesi non fu "E chi accidenti è Eva?" ma "Come accidenti faccio a scoprire tutto, adesso?".
Quella vita al neon mi poteva sfuggire e io ne ero ardentemente conquistato. Mia moglie mi chiese "Perché ti interessa tanto?".
Come un idiota ho risposto "A me interessa tutto".


In ogni caso comprai tutta la collana della Retorica Depressa in quel buco di negozio. Siccome sono un pessimo attore ed ero seriamente in fibrillazione per quella storia, l'avido merdoso strozzino mi fece un prezzo esagerato. Io dissi poco convinto qualcosa come "Non li vale".
E il coreano faccia-da-schiaffi rispose: "Ehi amico li ho aperti anch'io quei libri".
Tutti appassionati della vita di Eva, insomma. Beh, alla fine pagai. Cosa vi aspettavate? Quella donna tutta porpora incendiava la mia esistenza settimanale fino al giovedì sera, quando mia moglie se ne andava alle cene libanesi del reparto Assistenza. La caporeparto andava pazza per il cibo appiccicoso. 


Ricordo con orgasmica frenesia quel primo giovedì. Avevo letto troppo velocemente le Metafore Piangenti e non me le ero gustate. Ora presi una matita e iniziai a sottolineare con tratto flebile flebile come se fossi stato un moribondo senza forza nelle mani. 
Poi mi pentii e sfogliai tutti gli altri volumi. Come avrebbe agito un vero raccoglitore di informazioni? Un Darwin delle biografie romanzate? 
Avrebbe radunato prima tutte le conchiglie, tutte le schifezze antropomorfe raccattate sulla spiaggia e solo in seguito avrebbe iniziato a dire ad alta voce la sua teoria.


A dire il vero me ne sbattevo altamente il cazzo di essere un Darwin delle biografie romanzate. 
C'era questa foto di Eva infilata nel primo volume e io ero semplicemente andato in estasi.
Questa donna pazzesca con una collana di piume e i capelli intrecciati! Volevo solo mettere la testa nei libri, sperare di soddisfare il mio desiderio compulsivo e poi andare a dormire. In alternativa avrei voluto metterle la testa fra le cosce, e qua è supposto che il lettore rida anche se non c'è un bel cazzo da ridere.


Un vero gomitolo di velleità erotiche, il mio. Cristo santo, una vera donna al neon. 
Il mio sistema nervoso parasimpatico era già ubriaco.

venerdì 1 luglio 2011

L'unica cosa certa è che il mio lavoro è pressoché inutile. / Vita prima di Marte

Da quando iniziai ad appassionarmi alla vicenda, mi armai dei miei migliori fucili: conoscenze vagamente mafiose in biblioteca, videocassette vintage, furti con scasso da bauli al mercato delle pulci e soprattutto libero accesso agli archivi e agli scantinati dei negozietti dell'usato più sordidi del quartiere.
In Via Donizetti oggi è tutto cambiato, ma per me è stato un esercizio di stile e pazienza ricostruire la vita di Eva. Mi sento un architetto che gioca con le miniature.

L'unica cosa certa è che il mio lavoro è pressoché inutile.

Il condominio oggi guarda a est; tutto è diverso da quando gli astrofisici hanno deciso di rivedere leggermente la posizione dei punti cardinali. Oggi quel condominio è una piccola Fabbrica di Salute, emergente sul mercato. Di fronte all'ingresso ci sono, in ordine: un marciapiede, un tombino con le grate, dei filini d'erba infestante, dei mozziconi, una strada con l'asfalto a pezzi come una cipria rotta, un altro marciapiede, una sfilza di aceri. 
Via Donizetti, secondo la gente del posto, è in declino da circa vent'anni. Gli aristocratici si sono trasferiti a sud perché si intona con le proposte primavera-estate. Dicono.

La città è in subbuglio per vari motivi che non hanno niente a che vedere con Eva. Mi sono infilato una giacca blu con gli alamari e ho messo un biglietto da visita in un portadocumenti di struzzo.
Dice: Ispezione della Salute e del Benessere.
"Buongiorno", ho detto professionale. "Devo ispezionare, capisce".
Ne è seguito un colloquio di circa venti minuti in cui è spesso stata discussa la mia autorità. Minacciando di chiamare il numero verde per Benefattori Traditi e Onesti Lavoratori Ostacolati (BT & OLO) ho semplicemente aggirato il portinaio e salito le scale.
Le fonti dicono che Eva stava al quinto piano (un suo scritto dal titolo: "Per mettersi il rossetto sono sufficienti cinque piani di ascensore, ma sarebbe meglio sei, se trovate il sistema").

Al quinto piano non c'era più nulla. La delusione è stata quasi esasperante per un uomo in declino (esattamente come Via Donizetti) che non trova altro da fare che infilarsi in tasca documenti falsi.
Mi sono appoggiato abbastanza tremante a una pila di cartoni (su cui era scritto Articoli della Salvezza) e volevo quasi desistere. Non ho desistito, ed è per questo che qualcuno forse mi stamperà questa cronaca. 

Nonostante questo, con buona approssimazione posso immaginare come procedesse la vita di Eva. 
Con buona approssimazione posso persino sintetizzare il profumo che indossava.
Con buona approssimazione posso affermare che, nelle lunghe notti d'estate, quando i refoli di vento portavano odore di gelsomino e smog, Eva dalla sua finestra ampia, vedesse più o meno questo:

mercoledì 22 giugno 2011

Una fuga solitaria, gli occhi gonfi di grano

La casa è vuota e sento il rumore sordo delle suole che stuzzicano il frigido pavimento, che non cede alle molestie vagamente erotiche e le lascia andare e poi le fa ritornare, in una carezza infinita.

Brutte suole puttane, non dovete amare il pavimento, amatevi fra voi.

La casa è vuota ed ho una scodella di caldi popcorn da render parte di me, tentando prodezze paraboliche per rischiosi strozzamenti.

La casa è vuota ed io non sono felice.

La mia tastiera è unta, ora.

lunedì 20 giugno 2011

Saga delle persone che odio - Cagna di provincia.

Dunque, non sono il genere di persona che appena pensa di non avere più responsabilità inizia a sputtanare a piene mani. Di solito inizio prima, specialmente quando le cose mi si possono ritorcere contro.
Ti odio. 
La odio. Si aggira con aria soddisfatta e un po' ebete come se la vita mondana fosse il suo specchio migliore. La sua affermazione individuale comincia dal suo lucidalabbra. In mancanza di meglio utilizza opinioni riciclate da altri che le vengono comode per farsi rispettare. Non disdegna di cambiare idea ogni qual volta la situazione piccolo-borghese in cui si incastra lo richieda. Indossa cosine raffazzonate che chiama volutamente vintage, la sua cultura discende direttamente da Vogue e la sua sensibilità deriva senza ombra di dubbio da un'educazione benpensante che l'ha abituata negli anni a disprezzare (e possibilmente umiliare) ciò che minacci il suo ordine mentale.
Poi è abituata a odiare a morte persone del mio calibro, cioè che non sentono il dovere di ammirare in ordine:


- una città piccola, stretta, noiosa e provinciale;
- donne del genere "mi credo sofisticata e audace";
- donne che pubblicamente sostengono che il proprio fidanzato è brutto;
- l'estetica della morale cattolica (perché c'è una scappatoia per tutto, anche per la verginità).


Dicevo che inizio a lamentarmi ben prima di essere nella posizione per farlo, e infatti così è stato e ne ho pagato il prezzo pieno. L'ira della cagna mi si è ribaltata contro in modo così volgare che a un certo punto sono quasi ammutolita. Sogno che questa puttana di provincia mi insulti apertamente per poterle rispondere con un'intelligenza da lasciare senza fiato, ma so che non avverrà perché prima di parlare ha bisogno delle parole ben sminuzzate di qualcun altro.
Poi mi fa pena perché penso che io anche senza un aspetto impeccabile avrò sempre con me una valigia pienissima di metafore ardite, una barca di codici diversi con cui leggere le cose; perché sarò sempre stranissima in modo dolcissimo, perché sarò sempre esattamente in linea con i miei principi, perché sarò solida e indeformabile ma continuamente soggetta al cambiamento.
E soprattutto: perché sono sempre soddisfatta di me.

martedì 14 giugno 2011

Estate 2011 - Breviario a mio completo uso e consumo

Ho sentito dire le cose bisogna metterle per iscritto; ho sentito dire che i post-it dei sognatori finiscono sempre nell'archivio "Traguardi raggiunti". Da una vita faccio liste e non sono ancora stanca. 
Esattamente così sarà la mia estate, perché lo desidero e perché la mia volontà è inossidabile. 


Nota: declino ogni responsabilità in merito all'abuso consapevole della lettera S (che dà assuefazione).



Scapigliatura.Ci ho pensato a lungo e non mi è venuto in mente neanche un motivo per cui dovrei pettinarmi. Prima di uscire mi passerò a lungo le mani fra la chioma e migliorerò l'effetto con una passata di phon (ma anche quando resto in casa, solo per appagare la mia vanità). Se avrò tempo scriverò un po' di poesia cimiteriale.


Sesso, graffi e labbra rosse.Quest'estate il sesso è blu e io sono una da graffi sulla schiena. 
Un giorno o l'altro scriverò il mio romanzo erotico.


Interruttori.Questa parola apre ancora oggi una questione controversa: se l'interruttore è un oggetto nato per erogare e per terminare l'erogazione, perché una mente pessimista a suo tempo gli ha trovato un nome mettendo l'accento sull'interruzione? Per me gli interruttori sono oggetti da accendere per ottenere un fuoco d'artificio, e c'è un interruttore nella mia testa e se lo schiaccio sento una corrente elettrica per tutto il corpo. O almeno, così mi hanno detto e voglio provare. 
E poi ce n'è uno in Viale della Repubblica che non so a cosa sia collegato e mi hanno detto anche che la curiosità è il motore del mondo.


Tender is the night.Secondo me la notte è tenera perché se la mordi i tuoi denti affondano e lei geme di piacere. Combatterò in nome del nero e del verde, in nome dei pistacchi, degli scarabei, dei liquori alla menta, delle rondini e in hoc signo vincam. 


I know every kind of love but true love.In cuor mio sono un'attrice del cinema muto anni '40. Come tale mi piace mentire, inventare, indossare certi sguardi artici, tirare zampate con ottima mira e tutto il resto. Mi piace mettere alla prova chi mi sta di fronte: l'intelligenza si prova sotto pressione


Cosa tatuarsi sul petto al posto di un dragone:
A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere.

lunedì 30 maggio 2011

Introduzione. / Vita prima di Marte.

Dormi dormi dormi. Naturalmente non so l'ora perché l'orologio accanto al letto si è fermato già da parecchio. A volte maggio è come non riuscire a prender sonno. Ti agiti, ti rigiri, ti stiracchi, ti innervosisci, ti alzi, bevi un bicchiere d'acqua, rigiri il cuscino che è diventato caldo, apri di più la finestra, con l'occasione spii la strada deserta, ti arrabbi, scalci e il lenzuolo diventa un grumo. 
Poi per miracolo prendi sonno, e la mattina dopo, con gli occhi gonfi, dici "Ah, tutto qui?".
Se dovessi descrivere la mia vita scriverei un'opera in tre volumi: Vita prima di Marte, Ironico ma non troppo, Vita dopo Marte. 
Ah, Marte, io non so dove tu sia. Se qualcuno ne sa qualcosa mi scriva due righe, per favore. 
Vorrei pensare che tu stia sdraiato nella mia stessa posizione e che il tuo letto sia fresco. Vorrei anche pensare che la tua esistenza sia diventata meno dolorosa e vorrei che mi avessi perdonata. Del resto ho capito solo stanotte che nella vaghezza della comprensione posso leggere quello che preferisco dentro a un segnale, e oggi io leggo "Oh sì, c'è qualcuno qui che dovrebbe scusarsi". 
Purtroppo non ricordo se devo scusarmi io o se devi scusarti tu. 
Quando ci siamo conosciuti la mia vita sembrava un inferno. Senza fiamme, perché allora non ero tipo da incendiarsi facilmente. Era un inferno diverso, fatto di vento tagliente, forse di vetro; non dico di diamanti perché non vorrei sembrare troppo lusinghiera. 
Se leggerai un giorno quello che ti scrivo - o se sentirai finalmente la mia voce - sii gentile nei giudizi: uso parole caute perché voglio descrivere delicatamente gli eventi brutali in cui sono inciampata. La mia moralità spicciola emergerà senza che io la possa frenare, quindi non devi temere nulla. Anche se qualcosa di te dovesse sembrare irritante o ingiustificabile, per me di certo conserverai sempre la bellezza elegante del ricordo. 
Se non sapessi quanto sei implacabile, se non fossi disgustata persino da me stessa, se non fossi spaventata dalla possibilità di scivolare in una spirale piena di dolore e se non fossi completamente e infinitamente grata all'anima del Poeta che già mi ha salvata, forse potrei pensare a te e al tuo corpo senza terrore. Ma vedi, amore, le circostanze mi hanno portata al declino, un uomo mi ha condotta all'arsura e un Poeta mi ha accompagnata all'equilibrio. 


Per tali motivi che so condividerai io distruggerò questo scritto. 

venerdì 27 maggio 2011

Poemetto in terza rima. Canigola era un cane molto ribelle.

Canigola piangeva fra i narcisi
mordendosi le bianche zampe fiere
non consolandosi di ottusi sorrisi
e di umane tenerezze passeggere.
Canigola era un cane già ribelle
quand'era afflitto da umiliazioni mere:
correre al richiamo appresso all'osso,
e per peloso amore era frainteso
sdegno e irato rodere del morso.
Ideava operette di eguaglianza e teso
pareva a un tratto al nobil fine:
mollezza di cravatta e non di collar peso.
Così è da intender la terza rima infine
fra la paronomasia e il poliptoto:
che l'alma sdegnosa è vera e fine
se al mirar le stelle incalza il moto.


Morale: i bravi cagnolini spesso pensano all'affermazione personale, all'ambizione e all'orgoglio, e mordono gli ossi di plastica lavorando di cesello sulle loro marcate attitudini manageriali. 
I bravi cagnolini vanno in paradiso, ma non prima di averci maledetti.

venerdì 20 maggio 2011

Perché da grande voglio essere Vittorio Alfieri.

Innanzitutto chi è Vittorio Alfieri. Uomo geniale che come molti del suo stampo visse brevemente e con la stessa potenza di una deflagrazione; dal 1749 al 1803 fece l'impossibile per consegnare al Futuro un distillato quasi perfetto di ciò che la sua mente era in grado di pensare. 
Scrisse tragedie dell'affermazione individuale, capaci di squarciare il cuore agli italiani, scrisse in toni polemici e satirici sulla Libertà, scrisse rime, persino commedie, odi, satire, ogni genere di prose, e infine degnò il mondo del capolavoro di un'autobiografia ambiziosa fino al sospetto di arroganza. Una simile opera iniziata ad un'età forse prematura (1790) o ci lascia una finestra per insultare un superbo o ci apre una cancellata di ferro battuto verso un uomo che ne aveva davvero tante da dire. 


I 4 principali motivi per cui da grande voglio essere Vittorio Alfieri.


1. Creatura a pelo fulvo come me, protettrice delle volpi e dei procioni. Magnifico Enobarbo.


2. A sette anni tentò il suicidio, anche se non pensò mai di voler morire, e non era certo di sapere cosa fosse la morte: eppure seguendo così un non so quale istinto naturale misto di un dolore di cui mi era ignota la fonte, mi spinsi avidissimamente a mangiar di quell'erba, immaginando di inghiottire cicuta, di cui aveva sentito parlare chissà dove.
Anch'io ho una spiccata attrazione per la morte e quando un giorno dovrò venirci alle mani (con la morte, intendo) vorrò farlo con la stessa crudezza. 


3. Ed il mio maggiore, anzi il solo piacere ch'io ricavassi dal viaggio, era di ritrovarmi correndo la posta su le strade maestre, e di farne alcune, e il più che poteva, a cavallo da corriere.
Vide le più belle e le più narrate città d'Europa e i soli momenti di pace che riuscì a trovare nella sua (giovanile) noia furono i breve slanci delle corse folli. Per me Alfieri è un cavallo con la bocca schiumante e le froge allargate dallo sforzo. Rappresenta completamente la tensione.


4. Incostante e folle, rimase incantato solo dalla Svezia. Cercò di saperne di più di quella semilibertà che traspariva dal governo ma non ebbe mai la costanza di farlo seriamente. 
La maestosa natura di quelle immense selve, laghi e dirupi, moltissimo mi trasportavano; e benché non avessi mai letto l'Ossian, molte di quelle sua immagini mi restavano ruvidamente scolpite. Corse con la slitta con furore, calpestando i numerosi strati di neve finché non venne il primo caldo, e comparvero le verdi primizie: spettacolo veramente bizzarro e che mi sarebbe riuscito poetico se avessi saputo far versi.
Mio Adorato, ecco, adesso mi fai piangere. Certe volte la vita è così simile alla sensazione di voler far versi.